Album: THE FINAL CUT
Band: PINK FLOYD
Anno: 1983
THERE’S A MAN WHO HAS STRONG HALLUCINATIONS
Pensare a qualcos’altro da aggiungere a The Wall non deve essere certo stato qualcosa di semplice. Il monumentale doppio album del 1979 aveva già celebrato la sconfitta personale e collettiva della generazione del secondo dopo guerra costretta (?) all’opera di isolamento. A The Wall allora cosa altro aggiungere se non un ultimo conato, gli ultimi avanzi di rancore prima del taglio finale alla costruzione del dolore.
C’è un caduto famoso fra gli inglesi morti nella battaglia di Anzio. Non è dato di sapere se si fosse particolarmente distinto fra le truppe di Sua Maestà ma ad Eric Fletcher Waters è dedicato l’ultimo album dei Pink FLoyd con la formazione a quattro. Forse però sarebbe il caso di dire che al sottotenente Waters è stato interamenete dedicato il primo album solista del figlio accompagnato dai vecchi (fottutissimi) amici.
The Final Cut è, infatti, il taglio finale ad una serie di cose. Roger Waters è il pensatore unico del disco in cui mette in musica l’ultima urgenza di un dolore privato, i restanti componenti sono trattati a poco più che sessions man, musicisti di contorno. Il requiem per un sogno da dopo guerra è, come recita l’insolitamente sobria copertina, scritto da Roger Waters e suonato dai Pink Floyd. Si lasceranno i quattro da perfetti nemici, immediatamente dopo. Rimarranno a Gilmour e soci il nome e due album (non certo indimenticabili) a Waters la memoria.
Il bassista in questo requiem apra il libro nero dei ricordi mai avuti. Troppo vicino agli occhi la prova di forza della Tatcher (il convitato di pietra di questo album) nella guerra delle Falkland e troppo vicina alla memoria l’assenza del padre per chiudere definitivamente la partita.
Così Waters completa l’opera di auto – analisi. Dopo la schiacciante presenza materna di The Wall è la volta del vuoto paterno per completare il quadro psico – analitico del bassista. L’ultima fatica appunto celebra il taglio finale e ne esce fuori un album per disillusione ed ossessioni, allucinazioni, incursioni sonore in pieno stile Pink Floyd tra veglia ed incubo. When the tigers broke free (inserita nella nuova edizione del 2004) ci mostra l’uccisione dell’albatro, il vecchio marinaio pazzo che descrive il momento esatto in cui molti erano morti e i restanti morenti. Da qui in poi le parole, i suoni e le atmosfere servono a descrivere il prezzo pagato, il tributo all’Union Jack.
C’è un tratto d’unione inscindibile tra The Final Cut e The Wall e non solo concettuale. Sono le atmosfere musicali ad essere ugualmente claustrofobiche, un senso di asfissia senza soluzione di continuità. Ma il taglio finale è più personale, misurato eppur ossessivo. La voce di Waters continua a smascherare la miseria del potere e le ricadute sulla gente della follia dei potenti. C’è la domanda ripetuta di your possible past (pensi che potremmo essere più vicini?), c’è soprattutto the gunner’s dream nella prima parte ad illustrare cucine vuote, vecchie foto in salotto ed un senso di familiare silenzio, di assenza.
Ai Pink Floyd si deve il fatto di aver descritto perfettamente la quiet desperation inglese, in un senso di rassegnazione ed abitudine che è dolore controllato. Celebrata la miseria dei grandi del mondo in the Fletcher memorial home in un grottesco girotondo, l’album svolta verso il vero taglio finale. Ora sulla baia di Southampton si osserva l’Inghilterra di Celine, quell’universo sommerso dove la pioggia ti affoga poco alla volta. Qui la dimensione è ancora, se possibile più privata, la voce sostituisce alla violenza delle domande il senso afono dello smarrimento. La title track è la descrizione a nostro uso e consumo delle allucinazioni del ragazzo Waters, solo anche nelle nuove scoperte di uomo. Not now Jhon appare quasi una concessione, al rock ed agli altri del gruppo ( e perché no, al mercato). La spinta è sostenuta, ora si punta alla derisione. Infine, la minaccia nucleare dei due soli al tramonto serve a celebrare le nuove minacce. Un senso di comunanza vicino alla follia che rompe il muro eretto nel 1979 nella collettiva liberazione delle coscienze.
I Pink Floyd si separeranno da Waters dopo questo ballo di famiglia, lasciando in eredità la sensazione che il rock, per come l’hanno inteso, è un’urgenza privata. La grandezza è stato che fosse la stessa urgenza privata di milioni di persone finalmente a loro agio nel condividere un’inquietudine.
Perché lo so che l’impero della sera è scritto nella sabbia.
Qui potete ammirare il video di brano The Gunner’s Dream tratto dal film musicale del 1983 dedicato all’album.
My back pages è la rubrica del giovedì che tratta dei grandi album del passato attraverso la penna di Mr. Tamburino, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che si diverte a parafrasare le pietre miliari del rock ‘n roll.







































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