
Album: LITTLE CREATURES
Band: TALKING HEADS
Anno: 1985
Il futuro tanto tempo fa
Little Creatures è un album che da solo vale a riabilitare un decennio, gli anni 80, superficialmente identificato nel segno del disimpegno e della scarsa profondità artistica. In realtà l’album e la band forniscono una chiave di lettura che può essere perfettamente utilizzata per comprendere lo spirito del tempo. Dietro un’apparente semplicità di facciata, oltre una costruzione sonora di facile ascolto (in reazione alle barocche impalcature musicali del decennio precedente e pertanto con una matrice fortemente liberatoria verso quell’identità di suoni) vi è un’ironia persistente intrisa di lucido disincanto.

L’esordio con And She Was è già l’emblema di quelle che saranno le atmosfere musicali dell’album. Il sound è leggero, coinvolgente, i cori nel refrain hanno già un sapore di jingle pubblicitari. Su questo suono “Le Teste Parlanti” costruiscono l’identità del loro sesto album. E’ Byrne stesso però, fra le righe del pezzo di apertura, che invita a non soffermarsi esclusivamente sul primo, favorevole, impatto. Take a Minute to Concentrate perché siamo solo all’inizio.
L’attenzione rivolta alle avanguardie, lo sguardo curioso e creativo convince i Talking Heads a rielaborare un’idea di messaggio coinvolgendo il suono e le arti visive. L’operazione ha i suoi vertici in Lady Don’t Mind (il cui video è firmato da Jarmush) ed è la prova della perfetta sintesi dell’integrazione tra suono ed immagini. David Byrne, a differenza di Proust, per molto tempo è andato a letto tardi e lascia traccia di un sonnambulismo vigile in Stay Up Late. Byrne infatti, soprattutto in questo disco, si fa maschera delle idee della band comunicandole attraverso l’uso di un corpo ed un aspetto apparentemente ordinario ma plasmabile in molteplici vie. Ne esce un’idea di musicista capace di interpretare fisicamente il senso della propria musica (in un’ideale sfida di originalità ed ironia con Peter Gabriel portata ai massimi livelli).

L’immagine che l’album sembra tracciare dell’uomo moderno è quella di un animale sottoposto ad un’urgenza di movimento ma privo di meta. I pezzi descrivono varie ed infinite fughe da fermo, un moto disordinato e scomposto ma nondimeno perenne. Perciò quando l’album vira, si innesca anche musicalmente una marcia, che conduce esattamente da nessuna parte. Road to Nowhere è la cima di Little Creatures da cui si riesce a scorgere la terra promessa che, come noto, è in un posto fisico che non si trova in nessun luogo. “C’è una città nella mia testa” canta Byrne dilatando i confini tra realtà e finzione, tra condizione umana ed aspirazioni.
La musica e le idee dei Talking Heads sono sicuramente il prodotto di un’operazione artistica complessa, che abbraccia varie e diverse forme di comunicazione allo stesso tempo. Byrne e soci sono stati in grado di creare un prodotto artistico frutto di una filosofia quotidiana e concreta in modo simile a quello fatto da Andy Warhol con la sua Pop art, ma se con Warhol avevamo a che fare con un totem catalizzatore e distante, nel caso di Byrne si rendeva omaggio al genio in maniche di camicia ed occhiali da vista. La storia, fatta da Peter Parker con buona pace, per adesso, di Spiderman.

Fosse per me non gli presteresti alcuna attenzione.





































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