
Album: THE VELVET UNDERGROUND & NICO
Band: THE VELVET UNDERGROUND, NICO
Anno: 1967
E’ l’unico frutto della Factory
Una banana, su sfondo bianco. Ah, anche una firma. In definitiva un capolavoro, la copertina per eccellenza immediatamente riconoscibile con la velocità con cui si identifica la manifestazione istantanea del genio nell’arte. Velvet Underground and Nico è un album che parte da una copertina famosissima e che funziona come una sorta di matrioska di frutti. La banana all’interno infatti nasconde la mela, o meglio nasconde la grande mela e le storie umanissime con New York come teatro e al contempo protagonista.
Velvet Underground e Nico è un album prevalentemente di incontri. Il primo, quello fra Lou Reed e John Cale ovvero quelle che sarebbero diventate le colonne portanti dei Velvet Underground dando vita ad un dualismo tanto stridente quanto efficace. Il secondo è l’incontro della band con Andy Warhol che diventerà il padre spirituale della band e fornirà a Lou Reed e soci l’ideale humus culturale della Factory in una stagione di ispirazione artistica e contaminazioni per molti versi irripetibile. Infine, l’incontro suggerito da Warhol stesso tra i Velvet Underground e Nico, una modella tedesca capace già con la presenza oltre che con la voce di regalare alla band una profondità espressiva fino all’epoca sconosciuta.
Per dirla con Godard anche Lou Reed due o tre cose di lei (intesa New York) le sa e non si fa pregare nel raccontarle. Ne esce un racconto urbano schietto a limiti dell’esibito dove sono protagonisti uomini viziosi e sperduti e donne magnifiche e malvagie, versioni aggiornate ed in salsa glamour delle varie Salomè e Lucrezia Borgia di tutte le epoche.
Si parte di domenica mattina, il momento adatto per farsi prendere da una quieta inquietudine, un male di vivere pigro e riservato. Lou Reed è meticoloso nei suoi racconti successivi dall’urgenza di droga di “waiting for the man” alla necessità di “run run run” supportato da un suono distorto e rozzo, quasi stridente, colonna sonora ideale delle piscosi della modernità urbane.
In “femme fatale” è Nico ad essere tanto spietata quanto credibile nel descrivere le umiliazioni di un uomo qualunque ridotto ad un clown da parte della donna impossibile come doveva apparire lei, vera musa del rock con un volto eternamente ed irresistibilmente corrucciato mentre successivamente è la stessa modella tedesca ad esibire una voce tanto autorevole quanto profetica in “all tomorrow parties”.

Si continua con il racconto senza filtri di Lou Reed in “heroin” capace di restituire le sensazioni del tossicodipendente nel momento esatto in cui si sente “figlio di Gesù” e si conclude nella sperimentazione esasperata di “the black’s angel death song” ed “european song”. In questa scena di asfalto e comune miseria umana raccontata senza riguardi particolare per la morale ed il costume trova comunque posto un pezzo come “I’ll be your mirror” dove la voce rotta dal pianto (dopo un’estenuante sessione di registrazioni) di Nico trova pace per quello che è un atto d’amore e devozione all’amore, un rifugio che sembra scritto poco dopo la pioggia.
Pochi sono stati in grado di raccontare con tale fedeltà le pieghe più nascoste delle debolezze umane come i Velvet Underground restituendo inoltre perfettamente le atmosfere, i suoni e la voracità di una città come New York capace di fungere non solo da teatro degli eventi ma anche complice e parte stessa del disegno di vite che raccoglie al suo interno.

Resto qui cieco ma ancora insonne.
My Back Pages è la rubrica del giovedì che tratta dei grandi album del passato attraverso la penna di Mr. Tamburino, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che si diverte a parafrasare le pietre miliari del rock ‘n roll.






































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