<MY BACK PAGES – Quadrophenia European Tour, Dublino

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My (?) Generation

Ho sempre avuto la sensazione di aver perso per sempre una stagione irripetibile del rock. Mentre crescevo con la loro musica,i profeti dell’epoca d’oro del rock, i protagonisti degli anni 60/70, si andavano lentamente spegnendo portandosi dietro un’energia, una creatività ed il senso di un tempo che non esisteva più. Non mi restava che evocarli con lunghi e ripetuti ascolti solitari che non facevano che alimentare le loro leggende. Fino a quando una serie di situazioni fortunate non mi ha fornito la possibilità di vedere dal vivo una band che ha contribuito a creare il mito della musica rock, The Who.

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L’appuntamento è a Dublino per la prima tappa del tour europeo nel quale la band inglese riporta sul palco un album fondamentale della loro storia: Quadrophenia. L’attesa dell’evento si consuma fra numerose pinte di birra scura e lunghe chiacchierate con un vecchio amico trasferitosi in Irlanda. Quando Daltrey e Townshend, i superstiti del gruppo portavoce della cultura mod nel mondo, salgono sul palco accompagnati da un gruppo di musicisti di prima grandezza l’O2 Arena di Dublino è già colma. Il buio e le prime note di I am the sea cercano di ricreare la stessa magia che, almeno nel mio caso, si ripete ad ogni ascolto di Quadrophenia. Non c’è tempo per le parole o i saluti, per introdurre il concerto o dilungarsi in presentazioni. I 22.000 della O2 Arena sono venuti per il rock degli Who ed il gruppo salta ogni preambolo come se fosse superfluo.

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Noto subito che la band è in gran forma. La voce di Daltrey, potente ed incisiva come in passato ma con una profondità nuova rispetto agli album degli anni 70, è tirata a lucido e si integra perfettamente con la chitarra di Townshend. Non c’è nessun ambientamento in questo caso, nessuna ruggine, ma un’esibizione che parte subito forte seguendo alla lettera la scaletta di  Quadrophenia. Il tiro è già alto, l’aria impregnata dei suoni e delle immagini di Quadrophenia quando Townshend intona I am the one. Sul palco si genera un suono purissimo reso superbo da uno spazio, L’O2 Arena, interamente pensato per la musica. Nessun salto di Townshend, nessuna chitarra spaccata in celebrazione di un’orgia di suoni come avveniva nelle esibizioni del passato, ma due superstiti dell’epoca d’oro del rock accompagnati da una serie di musicisti fantastici.

E’ un concerto che non può celare le assenze, i vuoti che non potranno essere mai più colmati e che, peraltro, Daltrey e Townshend intendono ricordano a modo loro. Gli attuali Who decidono di non spendere nemmeno una parola per i membri scomparsi John Entwistle e Keith Moon celebrandoli forse nel modo più naturale. Entwistle e Moon continuano ad essere presenti sul palco con la band e, grazie ad immagini di repertorio  come nel caso di I’ve had Enough e Bell Boy,  duettare con i membri superstiti.

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La prima parte del concerto ha il suo annunciato culmine emotivo con Love, reign o’er me. Ancora una volta il miracolo si compie, la voce di Daltrey si fa violenta gridando quello che è divenuto uno dei messaggi più forti degli Who. E’ un’epilogo parziale, la conclusione di Love, reign o’er me che segna la fine della parte dedicata a Quadrophneia in un’Arena completamente rapita. Tutto il pubblico, sia che si trattasse dei reduci delle esibizioni dei tempi d’oro degli Who sia, come nel mio caso, di generazioni cresciute a dischi ed immaginazione, comprende perfettamente la potenza di un album come  Quadrophenia. Ma il limite di ascoltare un concerto degli Who adesso è che oggi un concerto di questo tipo è un evento, un’esibizione elevata di intrattenimento dove l’energia rivoluzionaria degli anni 70 viene sostituita da una performance formalmente impeccabile ma da un significato diverso. In un concerto come questo riesci a cogliere il valore della band ma il significato originale della musica, l’obiettivo reale di quei brani può essere solamente intuito.

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Terminato Quadrophenia, Townshend e Daltrey si concedono al pubblico. Prima salutandoli e presentando la band che li accompagnerà nel tour, dopo attingendo a piene mani dal meglio del loro repertorio. In rapida sequenza Behind blue eyes, Pimball Wizard, Baba O’Riley e Won’t get fool again, rapiscono un pubblico che fatica a contenersi nel rigido protocollo della O2 Arena. Il finale del concerto, esaltato da un fantastico gioco di luci, è la riprova di intuizioni musicali estreme, di pezzi di oltre quarant’anni con un suono ancora nuovo. A questa conclusione manca solo My Generation ma forse perché gridare “spero di morire prima di diventare vecchio” adesso non avrebbe molto senso. Il concerto finisce e armato dell’ennesima birra mi consegno alla notte irlandese accompagnato da un pensiero: se è vero che la musica è per tutte le stagioni il rock ha le sue stagioni e quella a cui avevo appena assistito, malgrado fosse giugno, era un fantastico autunno.

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