Album: QUADROPHENIA
Band: THE WHO
Anno: 1973
IO NON SIAMO SCHIZOFRENICI
Quadrophenia è un album molto preciso. Vive, e grazie al film del 1979 è fatto rivivere, in un preciso momento storico, geografico e sociale. La storia di Jimmy Cooper, considerato l’alter ego di Townshend, si matura in piena onda mod, fra i sobborghi popolari di Londra e la spiaggia di Brighton. Veste gli stessi abiti sartoriali e i parka dei mod, si muove sulla vespa del protagonista e grazie ad uno dei tantissimi specchietti retrovisori riesce a dare un’occhiata a se stesso. Il punto è proprio questo, l’immagine proiettata nello specchietto non è mai nitida, chiara, unica. E’ quadrupla ed in qualche modo bisogna ricondurre tutto ad unità.
Pur avendo una connotazione così precisa, pur possedendo un’estetica tanto marcata Quadrophenia è un fatto prevalentemente privato. Nel movimento mods della metà degli anni sessanta infatti matura la storia di un ragazzo complicato, che aderisce al gruppo per affermare se stesso. Per come è intesa nell’album, e la definizione è data dagli stessi Who nell’interno della copertina, la “quadrophenia” è una forma accentuata di schizofrenia, una personalità sviluppata in quattro aspetti, una condizione della modernità. E’ proprio in questa condizione plurima che si sviluppa la storia di Jimmy, un ragazzo che sembra la versione adolescente del protagonista dei “quattrocento colpi” di Truffaut. E’ una storia, quella di Jimmy, sospesa tra l’incomprensione e l’errore il cui effetto è una condizione di solitudine solo parzialmente compensata con l’adesione al movimento mods. Il confine, tra l’errore personale e la miopia dell’ambiente circostante è tanto sfumato quanto umanamente schiacciante.
Jimmy comincia a chiedersi chi sia il vero lui e se qualcuno, dottore, madre o prete siano in grado di riconoscerlo (the real me). Dopo di ciò, abbandonato dai riferimenti abituali non resta che il gruppo i mods (visti, secondo una definizione di Peter Meaden, come un aforisma per una vita pulita in difficili circostanze) per affermarsi, in un alternarsi emotivo tra la sofferenza (i’m one) l’esaltazione (5.15) e lo sconforto (I’ve had enought). L’adesione alla controcultura mods è il collante, il mastice che tiene miracolosamente insieme le 4 parti del protagonista. Vivere in quel modo, per Jimmy, è soprattutto essere qualcuno anche se questo necessariamente comporta l’esistenza del nemico.
E’ nella battaglia di Brighton fra mods e rocker che il protagonista trova la forma più alta di identità, il proprio momento epifanico. Picchiare per sentirsi vivo, picchiare qualcuno perché si è un altro, in definitiva picchiare forte per essere. La delusione comunque è dietro l’angolo, e anche il gruppo ed i suoi simboli sono effimeri e ciechi come lo era stato il precedente mondo di Jimmy. Brighton è un momento irripetibile e questo Jimmy lo capirà a sue spese.
E’ proprio in questo momento in cui anche i nuovi modelli appaiono inconsistenti quanto i vecchi che gli Who provano a dare la prima, granitica risposta, ai molteplici interrogativi che l’album suggerisce. In un apice emotivo la voce disperata di Daltrey in love reign o’er me (replicata per intensità solo da Eddie Vedder in un’esibizione con la band) porta a compimento il percorso di Jimmy in un affermazione di se stesso attraverso l’amore, l’unica realtà in cui rinascere, il motivo per cui abbandonare l’abisso e il richiamo del mare.
Gli Who con Quadrophenia riescono a farsi interpreti di istanze concrete, risolte o tentate grazie ad un ricorso massiccio all’energia di cui erano in grado, ignorando ogni possibile deriva retorica e suggerendo l’unica via d’uscita possibile. La vita stessa
Ora portami in un viaggio sulla tua magica nave turbinante.
My back pages è la rubrica che dovrebbe uscire ogni giovedì e che tratta dei grandi album del passato attraverso la penna di Mr. Tamburino, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che si diverte a parafrasare le pietre miliari del rock ‘n roll.







































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