
Album: INTO THE WILD
Artista: EDDIE VEDDER
Anno: 2007
A cosa sei disposto a rinunciare?
Nella terra e nell’epoca dell’abbondanza, quando la stagione della vita ci chiama al raccolto c’è stato chi si è chiesto se è possibile rinunciare agli affetti, al denaro, alla vita sociale e a prospettive di benessere. E mentre c’era chi si chiedeva se tutto questo potesse essere possibile tutti gli altri non avevano che una domanda: perché rinunciare? Nel 2007 il regista Sean Penn portava sugli schermi la straordinaria storia di Christopher McCandless, un giovane laureato cha abbandona la famiglia e i propri agi per dedicarsi per due anni ad un viaggio continuo che lo porterà a trovare la morte nel rigido inverno dell’Alaska. A sublimare il racconto cinematografico subentra la colonna sonora originale realizzata da Eddie Vedder nel suo primo lavoro da solista.
Into the Wild è un album che parte dalla storia portata sullo schermo da Sean Penn ma che presto prende una piega diversa dal racconto cinematografico. Nell’album Vedder sfugge dall’apoteosi celebrativa della storia di McCandless che nel film sfiora la beatificazione e riesce a cogliere gli elementi più autentici, le ragioni profonde che hanno determinato la discesa di un ragazzo agiato e con tutta la vita davanti nelle parti più selvagge della natura.

Into the wild è un lavoro che celebra l’aspetto più autentico della vicenda di McCandless e ne raccoglie in dono l’eredità filosofica. E’ infatti un lavoro generato da un atto di rinuncia, concepito secondo un’idea di spazio e che più che certezze è teso a generare e ad alimentari dubbi.
In primo luogo Into the wild è appunto un album generato da un atto di rinuncia. Come McCandless abbandona il quieto e soffocante benessere borghese per abbracciare il mistero della conoscenza attraverso un viaggio senza certezze allo stesso modo Vedder si cimenta nella colonna sonora affrancandosi dalle granitiche certezze dei Pearl Jam ed affrontando la vicenda umana di McCandless in solitaria quasi fosse un tributo dovuto alla scelta del protagonista.
Into the wild è inoltre un album generato secondo un’idea di spazio che ovviamente non si limita ad essere inteso come spazio fisico. La storia personale del protagonista, l’urgenza che lo spinge ad affrontare l’ignoto in un continuo corpo a corpo con la natura e, soprattutto, con se stesso, viene restituita perfettamente in musica. Vedder elabora un percorso sonoro, totalmente incentrato su pezzi costruiti su chitarra e/o ukulele e voce, che saluta l’entusiasmo dell’avventura con brani come Setting Forth e Rise e coglie l’ombra del dubbio con pezzi come Long Nights. Ma è nella potenza di Society, nell’atto di antagonismo palese formulato dal protagonista che si comprende lo spirito più autentico della vita di McCandless e, contemporaneamente, dell’opera di Vedder. Recuperando una radice filosofica tipicamente americana che da Thoreau a London è tesa a privare l’uomo dalle sovrastrutture della vita moderna recuperando l’aspetto più autentico e naturale dei reali bisogni dell’uomo, in un viaggio che è consapevolezza, Vedder celebra la presa di distanza dell’individuo dalla schizofrenia della società.

Infine Into the wild è un album di dubbi espressi magnificamente in quel bisbiglio potentissimo che è rappresentato da Guaranteed. Un lavoro che celebra una ricerca individuale come unico momento di crescita e che alla fine è in grado di recuperare un’unica certezza attingendo al lascito che McCandless ha voluto dare alla fine del proprio viaggio: la felicità è autentica solo se è condivisa.
My Back Pages è la rubrica del giovedì che tratta dei grandi album del passato attraverso la penna di Mr. Tamburino, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che si diverte a parafrasare le pietre miliari del rock ‘n roll.





































