
Album: NO CODE
Band: PEARL JAM
Anno: 1996
Soluzione di continuità
Muoversi. L’uomo di tutte le epoche ha imparato il senso del movimento ma prima ancora ne ha avvertito la necessità. Muoversi verso una metà, ma non necessariamente. Muoversi anche dopo aver costruito qualcosa che si possa chiamare casa, muoversi anche quando tutto suggerirebbe di rimanere. Muoversi, non importa a quale velocità ma muoversi.
I Pearl Jam possono tranquillamente essere considerati tra i co – fondatori (insieme in primis ai Nirvana ma anche ai Soungarden e agli Alice in Chains) di una scena musicale, quella del grunge, che è stata l’origine di un movimento di vaste proporzioni. In musica, il sound di Seattle ha finalmente determinato un cambiamento vero ad un modo, ormai stanco, di concepire e realizzare musica rock. Ma quel suono così immediato, diretto, grezzo e sporco ha avuto ripercussioni su un’intera generazione non solo in termini squisitamente musicali, ma anche sociali grazie alla propensione alla rivolta e contributi esistenziali facendosi elemento di affermazione di realtà spesso ritenute marginali.

No Code, il quarto album di Eddie Vedder e soci segna una sorta di distacco dal suono tipico del grunge. Qualcosa di grande era stato costruito, qualcosa che la gente riusciva a vedere musicalmente, ma non solo, come una casa, un riparo, e proprio per questo per i Pearl Jam era il momento di muoversi, per la necessità stessa di non poter restare fermi. No Code abbandona delle certezze ormai redditizie ed abbraccia la sperimentazione, apre i propri orizzonti seguendo un percorso di spazi aperti che Vedder avrebbe ripreso anche in seguito (come nell’esperienza solista di Into The Wild). Muoversi, in questo caso non veniva visto come un tradimento ad un’idea ma come l’intima necessità di evolversi.
Il segno del cambiamento è evidente dalle prime note di Sometimes, brano di apertura, segnate da una marcata presenza di basso ma l’evoluzione di No Code non può essere solamente stilistica. Sono i temi delle liriche di Vedder che virano, che accompagnano il percorso di crescita del front man spostandosi dal grido disperato dei primi album, ad una voce più calda alla ricerca di risposte più profonde e vitali.
No Code non è l’album della maturità ma è una ricerca di maturità e lo evidenzia un brano tatuato addosso a Vedder stesso come Off He Goes. Un bisbiglio di chi segue una scia, appunto la necessità di muoversi, raccogliendo la quiete ad ogni sosta, il senso del tempo nei segni lasciati.
Niente codici ma niente code, nessun seguito bensì un fluire naturale del proprio tempo nella necessità di appropriarsi pienamente e liberamente della propria esistenza. Present Tense è in questo caso emblematica. E’ un pezzo che suona come un monito, perché puoi pensare di avere tutto il tempo del mondo o, più semplicemente, smettere di sprecare quello in cui vivi.
No Code è un viaggio da cui si torna ovviamente cambiati ma non diversi. Perché muoversi, in casi come questo, non solo è necessario ma è anche un atto d’amore.
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My Back Pages è la rubrica del giovedì che tratta dei grandi album del passato attraverso la penna di Mr. Tamburino, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che si diverte a parafrasare le pietre miliari del rock ‘n roll.






































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