Il Jazz, che bello il Jazz. Capace di portarti via lontano, almeno finchè le mongolfiere non si sgonfiano.
Ho avuto la fortuna di avere amici appassionati all’argomento, che mi hanno introdotto all’ascolto del Jazz, soprattutto quello live; devo solo a loro se oggi quando ascolto un concerto di jazz e provo ad osservarmi dall’alto mi vedo come una donna che guarda una partita di calcio. Qualsiasi mio commento è inadeguato, qualsiasi velleità di capire vana, qualsiasi tentativo di seguire l’interezza dell’esecuzione destinata a fallire, caduca.
Sono stato a vedere il concerto di Bollani nel suo Danish Trio. Bollani, che nelle esibizioni in cui reinterpreta brani della tradizione pop o per dirla all’italiana di musica leggera mi ha sempre conquistato piuttosto facilmente, ha incontrato gli altri due componenti dell’ensemble, il bassista Jesper Bodilsen e il batterista Morten Lund nel 2002, durante il premio JazzPar, esibendosi per caso con loro durante la cerimonia di premiazione e ricorda così quell’esperienza “Fu un bellissimo momento e pensammo che sarebbe stato bello continuare a suonare in trio, cosa che facemmo l’anno successivo. All’inizio andammo in tournée in Danimarca, poi nel resto della Scandinavia e poi dappertutto”.
Ai pochi illuminati la gioia di un’esibizione mostruosa, deducibile anche da chi è stato dichiarato (con annessa autocertificazione) incapace di intendere e di dedurre come me. Chapeau, per chi può dirlo con autorevolezza! Alla gran parte del pubblico dello spettacolo, quello che rimane sveglio grazie all’ausilio dell’età, non rimane che perdersi nei propri pensieri, storditi dai mille e più frenetici virtuosismi sul palco.
Io ho finito per distrarmi 1000 volte e ho ripensato alla prima volta che ho studiato Filosofia, a Parmenide. Sono ripiombato in quello stato d’animo di totale smarrimento che si trasformava in un’euforia solitamente giustificabile con stordimento artificiale che avevo provato con Parmenide, di fronte al primo approccio con frasi come queste:
- L’Essere è immobile perché se si muovesse sarebbe soggetto al divenire, e quindi ora sarebbe, ora non sarebbe.
- L’Essere è Uno perché non possono esserci due Esseri: se uno è l’essere, l’altro non sarebbe il primo, e sarebbe quindi non-essere. Allo stesso modo per cui, se A è l’essere, e B è diverso da A, allora B non è: qualcosa che non sia Essere non può essere, per definizione.
- L’Essere è eterno perché non può esserci un momento in cui non è più, o non è ancora: se l’essere fosse solo per un certo periodo di tempo, a un certo momento non sarebbe, e si avrebbe contraddizione.
Credo che ognuno sia in grado di immedesimarsi in quella sensazione provata la prima volta che ho aperto un libro di filosofia e che stavo riprovando durante quel concerto. Un vero e proprio imbuto, per cui mi sono ritrovato a dover trovare un espediente per liberarmi, il mio cervello mi ha suggerito di pensare a Stromberg.
Perchè Stromberg? Non saprei, il mio compare di concerto mi ha confessato che pensava alla Champions League, evidentemente il calcio è un ottimo Refugium peccatorum, un’isola felice. Quello che è chiaro e riconosciuto e che di jazz io non ci capisco una mazza. Uh, quanto è bella invece l’uva fogarina.
Buon lunedì a tutti.
CALIFORNIA ROLLOVER è la visionaria rubrica del lunedì, a cura di Jampin Janzo, ispirata a fatti realmente accaduti legati al mondo della musica ma che potrebbe benissimo trattare di dettature degli alieni o acconciature di barboncini.








































Comments are closed