
CHRISTOPHER OWENS
Lysandre
(Turnstile / Fat Possum)
Rollover: Rocker
Voto: 5
Nonostante sia passato non molto tempo dallo scioglimento dei Girls, la loro mancanza si fa sentire e diventa ancora più lacerante dopo aver ascoltato il primo album solista di Christopher Owens, giovanotto con criniera dorata che ha risoluto la sete di indie pop assieme alla sua ex-band e che ha catturato le attenzioni del pubblico mentre muoveva la gambina flettile nel suo strimpellare la chitarra in brani tipo Lust For Life o Vomit. Il fatto che lui sia il front et leader et compositore di un gruppo che ha proposto due uscite discografiche tra le più importanti degli ultimi anni (Album e Father, Son, Holy Ghost) non vuol dire che Lysandre, questo il nome del suo album, debba piacere per forza.
Plasmato con la presunzione di un concept album costruito attorno all’ipotesi che se hai un’infanzia difficile negli Stati Uniti puoi diventare, in età adulta, o serial killer e/o musicista indie dalle ambigue identità sessuali, Lysandre parte con un intro pseudo madrigal-mediovale che sarà il tema musicale portante di quasi tutto l’album, a tal punto da risultare ridicolo, posto in chiusura di ogni singola canzone della prima parte della scaletta. In essa si alternano ballate smielate con flauti claudicanti, armoniche a bocca e leggeri accenti di chitarre sporche (Here We Go), imitazioni dei più scontati Wings con dissonanti e inadeguati sax su cadenze ritmiche forzate (New York City), ancora flauti su solite melodie con chitarre acustiche (A Broken Heart). Il ridondante power pop finto prog e imitativo di Here We Go Again va a terminare la prima parte dell’album con un finale da suoni per aeroporto: chissà dove vuole andare! Il tutto riparte con il caraibico in levare di Riviera Rock in cui il sax la fa da padrone diventando spesso troppo presente. Nel resto della tracklist si alternano canzonette pop vacanziere dalle chitarre slide giamaicane (Love Is In The Ear Of The Listener), ancora flauti e arpeggi veloci su chitarre pulite che ripassano assonanze melodiche che ricordano i “peggiori” Fab Four cantati alla Ringo Starr (Lysandre). La chitarra acustica accompagna il motivo di Everywere You Knew che riecheggia molto la già ascoltata A Broken Heart. Con il solito bridge portante, finisce ufficiosamente l’album lasciandoci in epilogo al contesto concettuale con il country folk di Part of Me.

Bisogna essere obiettivi: quest’album è praticamente inutile! Lascia un amaro in bocca che spiazza tutte le aspettative. Si tratta di una raccolta di brani la cui composizione non ha nessun impatto, nessuna voglia di farsi ascoltare, nessuna voglia di farsi piacere. Brani che non sfiorano neanche la qualità di un B-Side dei Girls. Certo, non bisogna fare paragoni tra le esperienze soliste e le ex-band, o meglio il precorso formativo da cui si arriva! Ma caro Christopher Owens, a sto punto nascono i dubbi che tu ti sia voluto dissociare credendoti un genietto? Oh! Che tu ti sia montato quella testolina nascosta dalle lunghe ciocche bionde? Come ti è venuto in testa di mettere a carillon ripetitivo, in circa mezzora di canzonette, un cantilenante stornello irritante che ricorda le pause cortigiane negli androni federiciani? Le canzonette hanno impatto quando creatività e spontaneità sono opponibili l’uno all’altro, come hai fatto fin ora, e non mettendosi in testa di poterle scrivere a tavolino cercando di trovarne uno sbocco, un modo per costruirle, una innovazione per renderle credibili, originali. Ricordati caro Owens, tu sei un artista che vive ancora nel limbo dell’indie pop e non sarai mai Brian Wilson.






































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