La tempesta del prossimo giorno
I musicisti dell’epoca d’oro del rock, la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ’70, hanno contribuito a rendere la musica uno degli aspetti culturali più vasti e riconoscibili della contemporaneità, partecipando attivamente all’evoluzione delle società in cui vivevano. I pionieri del rock sono stati capaci di tradurre in musica, e quindi in una risposta concreta, l’energia e la voglia di rinnovamento dei loro tempi, fino a confondere i confini tra la vita e l’arte, fino ad essere parte di un fenomeno più vasto di cambiamento alimentato anche per mezzo loro.
Mi chiedo spesso quale possa essere l’eredità dei profeti del rock e come riuscirebbero a raccontare questi tempi, quali legami possano rimanere con quell’energia della prima onda rock: in molti casi la risposta è impossibile ma esistono fortunatamente dei superstiti a cui poter rivolgere queste domande.

David Bowie e Bob Dylan sono due pseudonimi dietro cui si muovono due protagonisti della musica rock, due pionieri con 50 anni di onorato servizio alla causa del rock che recentemente hanno pubblicato i loro ultimi album, The Next Day e The Tempest. Dopo anni di eccessi di ogni tipo, di provocazioni, di fama e successi tesi fino all’idolatria, il menestrello del Minnesota ed il Duca Bianco raccontano con questi due dischi un tempo falso, una realtà che ha tradito tutte le attese e le promesse di cambiamento degli esordi. Dylan e Bowie si trovano ad affrontare un tempo che raccoglie anche le loro delusioni e c’è da chiedersi che fine abbiano fatto quel senso di consapevolezza collettivo cantato dal folk singer americano e l’affermazione della totale libertà dell’individuo di cui si era fatto portavoce il musicista inglese. La risposta è data da due album che suonano stanchi ma che non raccontano di una resa.


Dopo essere arrivati a tanti, verrebbe dire quasi a tutti, i due musicisti cercano un rapporto più privato con il pubblico, con lavori modulati sulla ricerca di un dialogo diretto ed intenso, magari in maniera meno ambiziosa ma più intima. Dylan sceglie la via dell’ironia e della sincerità, alternando alla leggerezza del sound frivolo e vanitoso di Duquene Whistle il racconto emozionale di Roll On John ed è la sua risposta all’interrogativo di prima: dopo 50 anni passati tra folle adoranti rimane un desiderio sempre vivo di musica, la necessità di divertirsi con quel poco di voce che è rimasto ed il pensiero ricorrente verso i compagni scomparsi. Il John Lennon di Roll On John sembra essere sia l’amico mancante, forse l’unico capace di comprendere il senso ed il peso della fama planetaria, ma anche rappresentare lo spirito autentico di un tempo, quel senso di energia e vitalità che la violenza ha potuto uccidere ma che il tempo non ha fatto sfiorire.
Bowie dopo aver abitato diversi corpi su diversi pianeti inizia a prendere confidenza con una realtà terrena e quotidiana. E’ un Ulisse stanco dei tanti viaggi interstellari questo duca bianco che parla del giorno dopo. Ma la voce è densa e la misura della sua musica è consapevolezza di questo tempo. Anche Bowie risponde alla domanda che mi sono posto prima grazie a pezzi come The Stars (Are Out Tonight) e We are We Now?. A distanza di anni, quando le energie non so quelle di prima la risposta all’interrogativo esistenziale di Bowie su chi siamo adesso può essere data volgendo lo sguardo altrove, in alto. Chiunque siamo diventati adesso non lo saremo per sempre, pertanto continuiamo a guardare le stelle e, siccome anche loro sono uscite stasera, perché non seguirle?






































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