<MY BACK PAGES – HIGHWAY 61 REVISITED

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Album: HIGHWAY 61 REVISITED

Artista: BOB DYLAN

Anno: 1965

 

 

 

 

 

 

La seconda rivoluzione elettrica

Nel comprendere i fenomeni storici nella loro successione si prende sempre un punto di riferimento, un fatto capace di rappresentare uno spartiacque fra quello che è stato (e che non sarà più) e come sarà in futuro. Pasolini considerava la scomparsa delle lucciole da Roma come un momento zero, un evento che uno volta verificato ha cambiato per sempre il naturale succedersi delle cose. Nella musica americana e nel rock in genere esiste un prima “che Bob Dylan attaccasse la spina” e un dopo. Anche in questo caso le cose non sarebbero più state uguali.

Highway 61 revisited è l’album che segna il definitivo avvento elettrico della musica di Bob Dylan. I puristi considerarono il passaggio del menestrello del Minnesota dal folk al rock come alto tradimento, l’abbandono della lotta civile a vantaggio dell’effimera gloria dello star system ignorando la necessità del cambiamento stilistico di Dylan e la straordinaria importanza di tale evoluzione, da inquadrare con la stessa dignità artistica delle avanguardie letterarie a cui Dylan in buona sostanza apparteneva.

La Highway61 è una strada che dalle radici di Dylan (il Minnesota) conduce alle radici del blues (la foce del Mississippi) ed il viaggio esistenziale la cui necessità tutta americana si trasforma in vera e propria urgenza secondo l’etica beat è la principale chiave di lettura del disco. C’è un senso di movimento nell’album di Dylan che viene visto come fatto umano di migrazione ed evoluzione e come strumento di crescita e di emancipazione.

E’ un viaggio di posti precisi nei loro connotati fisici ma anche e soprattutto di non luoghi (molto probabilmente riconducibili al concetto di nowhere americano) così ben descritti da essere al contempo espressione di tutte le periferie popolate da tutte le sfaccettature dei personaggi sconfitti dalla vita che malgrado ciò si aggrappano ad essa ed ai propri umanissimi vizi con maggiore vigore.

La partenza è segnata da quello che diventerà un manifesto del rock Like a Rolling Stone un pezzo capace di ricavare dallo schietto sarcasmo dello stile un’idea stessa di vita, intesa come necessità di slanci vitali malgrado le condizioni avverse. Like a Rolling Stone è l’emblema del cambiamento stesso della musica di Dylan, il passaggio da un’ideale di rivolta collettivo alla somma delle piccole e continue rivolte quotidiane, il passaggio dal “noi” alle somme di tutti gli “io” che compongono la società. Il rock ed i suoi strumenti elettrici si fanno presupposti indispensabili ad amplificare il messaggio e restituirne, musicalmente, il reale senso di smarrimento.

Il viaggio continua alternando pezzi blues come Tombstone blue o Just like Tom Thumb’s Blues tesi a recuperare le radici musicali ed il messaggi autentico della musica del Mississippi, a brani come Ballad of a Thin Man in cui Dylan si diverte a smascherare in un’ideale scena del crimine le inadeguatezze del piccolo pensiero borghese. Queen Jane Approximately gode di un respiro più ampio mentre in Desolation Row viene ricreata un’ideale via della povertà (come aveva colto De Andrè nella sua traduzione) abitata da ogni sorta di solitudine. Il senso di Desolation Row è che la condizione individuale viene riscattata dal riconoscere un destino comune e che non c’è emarginazione dov’è non c’è giudizio ma condivisione.

La nasale voce di Dylan arriva, grazie alle sue canzoni, sempre diretta ed immediata senza mai mascherare le proprie musicali insicurezze cercando il favore del pubblico; lo stesso vale per il contenuto dei suoi testi sempre soggetti a diversi livelli di lettura e quindi sempre capaci di rinnovare il senso senza perdere mai l’iniziale stupore.

Allora fammi scomparire fra gli anelli di fumo della mia mente.

My Back Pages è la rubrica del giovedì che tratta dei grandi album del passato attraverso la penna di Mr. Tamburino, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che si diverte a parafrasare le pietre miliari del rock ‘n roll.

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