MARK LANEGAN BAND
Blues Funeral
(4AD)
RollOver : Rocker
Voto: 7,5
E’ un funerale blues decorato da synth e drum machine quello che Mark Lanegan, l’anti rockstar dalla voce piu scura di Tom Waits, ha confezionato per la 4AD, label di Blonde Redhead, Bon Iver & Co. Un disco in cui il suo inconfondibile timbro si accompagna a sonorità prevalentemente elettroniche e a schitarrate tremolanti. E’ il settimo lavoro in studio per il cantante di Ellensburg, secondo con l’appellativo di “Mark Lanegan Band”, prodotto (e anche suonato) da Alain Johannes, già collaboratore di Eleven e Queens of the Stone Age.
Il cocktail sonoro dell’album unisce le sue radici rock / blues / grunge alle inaspettate passioni per band elettroniche come i Kraftwerk; un ulteriore tassello all’eclettico mosaico musicale del cantante dai tempi di The Winding Sheet (album di esordio da solista datato 1990) alle collaborazioni dell’artista in studio e live con Josh Homme, Greg Dulli, Ian Glover e Isobel Campbell, solo per citarne alcuni e, in mezzo, il penultimo album solista “Bubblegum” (2004).
Il disco si apre con Gravedigger’s Song (canzone del becchino); basso e batteria distorti e martellanti, un cantato rotto e cupo ed un testo che parla d’amore non ricambiato “tout est noir, mon amour tout est blanc; je t’aime, mon amour comme j’aime la nuit” mormora Lanegan in francese a metà canzone.
Dopo la scarica iniziale della open track, la seconda traccia Bleeding Muddy Water catapulta l’atmosfera del disco nella spiritualità autentica di Lanegan: ritmo lento, strofa psichedelica e introspettiva, invocazione al suo “Lord”, che lo ha accompagnato durante le dipendenze da droghe pesanti e disintossicazioni. Cori di sottofondo magnifici si aprono nel ritornello mentre il sound delicato della canzone fa a cazzotti con la voce d’oltretomba e il testo immerso nel fango.
Il disco scorre disperato e pieno di speranza allo stesso tempo, fino al risveglio rock di Riot in my House. Alla traccia 6 la sorpresa: una base che sembra presa in prestito dai Goldfrapp e una impostazione canora iniziale alla Liam McKahey: questa è Ode to the Sad Disco, brano dal sound quasi electropop , ma con una voce così impastata di armoniche che è impossibile non ascoltarlo e riascoltarlo e di nuovo. C’è un sentore di illuminazione, di mistero irrisolto ma che ha preso coscienza.
Verso la fine dell’album, l’atmosfera di Deep Black Vanishing Train ricorda lontanamente alcuni brani di Leonhard Cohen; una chitarra acustica folk arpeggia la strofa con un tappeto sonoro elettronico in sottofondo; il testo, dritto e semplice, parla di liberazione tentata e ritentata, ottenuta a fatica, un treno nero che scompare.
Sarà perché Il primo disco che Mark Lanegan ha avuto lo ha rubato (si trattava di Alice Cooper Goes to Hell); sarà perché quando canta chiude gli occhi e va altrove, sarà perché un timbro di voce come il suo è cosa rara; ma sta di fatto che l’artista statunitense ha lanciato un’altra perla (ai porci?).






































Comments are closed