<CALIFORNIA ROLLOVER – 100 DI QUESTI BOH

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Quando ho iniziato a scrivere è stato per amore. Una cotta a 16 anni rivolta a una ragazza con un vestito a fiori,  lontana, e la scoperta della morte dietro l’impossibilità di vivere quella passione. Poi un diario in comune con la mia prima fidanzatina, pieno di parole a forma di cuore e promesse a forma di infinito. Sono passato poi a un moleskine dedicato ad una ragazza che non conoscevo, pieno di pagine che ribollivano di sangue impetuoso e visionaria ispirazione, e ancora lettere d’amore per conto degli amici a ragazze da conquistare, messaggi, missive, scritti audaci e discorsi pieni di sentimenti freschi come una granita d’estate, ormai vecchi come le guerre mondiali. Cosa è rimasto? Parole, diceva una famosa cantante, soltanto parole. E poi questa voglia di scrivere che ha preso una forma più autentica, l’amore è diventato quello della condivisione. Con gli amici, con la famiglia, con la compagna, con gli sconosciuti.

"Mina Lupo"

Eppure rimane il fatto che la maggior parte delle faccende di cui si parla, di cui parlo, ha un significato oggi che è diverso da quello che avrà domani; e il posto in cui ci troviamo, quando parliamo e mentre scriviamo in fondo è la terra di nessuno, luogo della confusione e della relatività, della paura della caducità delle parole, come se fossero altrettanto volatili quanto la vita. Come se non lo fossero!

Gli amici di Roll Over Beethoven che mi hanno affidato l’editoriale del lunedì chiamato California Rollover, devono aver compreso questa cosa ben prima di me ed è per questo che mi hanno attribuito questo spazio settimanale con una mission precisa: parlare a vanvera di tutto quel che mi passa per la testa, senza obbedire ad alcuna legge (tranne a quella di trovare un collegamento anche più che remoto con la musica).

Se superficialmente può apparire come il proverbiale “infilare il coltello nella piaga”, l’intento è ben più eroico. Attraverso la mancanza assoluta di significato  delle mie parole posso rappresentare infatti un punto di riferimento, un rifugio sicuro, una certezza: qui non leggerete qualcosa che sia ancorata alla realtà, un messaggio da veicolare, un’opinione utile, un contributo necessario, qualcosa per i posteri. Qui leggerete semplicemente un insieme di farneticazioni disorganizzate, fotografia di un momento che non ha alcun valore, vissuto consapevolmente. Un momento come altri (che abbia un collegamento anche più che remoto con la musica), riempito solo dalla mia fantasia.

"Fantasia"

Oggi festeggiamo 100 momenti come questi, in cui ho potuto dire tutto quello che mi andava a qualche persona in più rispetto a quelle che vedo abitualmente nello specchio, senza la necessità di confronto, di crescita, di scontro, di verità. E ho avuto il privilegio di farlo qui, su Rollover Beethoven, un posto di amici, con una passione sconfinata per la musica, con un gusto particolare del bello e del brutto e con una sotterranea attrazione verso il nonsense che giustifica contenitori come questa rubrica.

A loro dico grazie, per tutte le ore che ho speso ad ingegnarmi nel realizzare un prodotto così personale da esserne l’unico lettore (insieme a qualche altro smandrappato); lo faccio con una canzone di cui non capisco una parola ma che mi ha sempre emozionato e che continua a farlo. Credo di aver spiegato bene perchè.

Per la centesima volta, buon lunedì. Anche se è martedì.

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