
Album: IN THE COURT OF CRIMSON KING
Band: KING CRIMSON
Anno: 1969
Di che colore è il suono?
La musica rock è stata sempre vista come una sorta di musica di livello inferiore rispetto ad altri generi. I puristi della lirica, gli amanti dell’opera e i fan del jazz in fin dei conti hanno sempre mostrato una sorta di malcelata superiorità nei confronti degli ascoltatori di rock e questo, a mio parere, per due ragioni di fondo. In primo luogo l’immaginario della rock star andava a definire un processo di identificazione verso un successo rapido e urlato, espressione degli istinti più bassi e propenso ad ogni forma di trasgressione. In secondo luogo il grande impatto popolare che la musica rock ha esercitato veniva visto come una sorta di facile distrazione delle masse, un fenomeno di grezzo divertimento a buon mercato e per chi non avesse grosse pretese.
La storia del rock è invece tracciata da figure di musicisti di grande sensibilità e di assoluto valore ed il fatto che spesso, ma non sempre, i musicisti rock abbiano avuto un grande successo di pubblico non deve essere visto come un limite ma come il pregio di un linguaggio che non perde nella sostanza ma trova la forma per essere compreso da tutti. Alla fine degli anni 60 la musica rock rappresentava un universo infinito tutto da scoprire, suoni sconosciuti e linguaggi da sperimentare. Alcuni musicisti si spingevano oltre cercando il colore dei suoni. Robert Fripp ed i suoi King Crimson erano fra quelli.

Con il loro album di debutto la band inglese conduce l’ascoltatore nella corte del re cremisi fra velluti e arazzi sonori grazie ad un album totalmente nuovo che realizza un sound capace di interpretare, alla nuova maniera del progressive rock, echi di musica classica e cavalcate di mellotron. In The Court of the Crimson King non è solo uno dei manifesti del progressive rock ma è anche un album estremamente colorato ad iniziare dalla memorabile copertina, il dettaglio di un uomo che grida, l’uomo schizoide del 21° secolo di cui parla la prima traccia. Quell’espressione, lo smarrimento racchiuso nella copertina viene ripreso perfettamente dal brano d’esordio capace di raccogliere perfettamente le nevrosi della società moderna (Grigio).
Ma è un album che esplora diverse atmosfere musicali come si vede nella quiete di I Talk to The Wind, un pezzo sospeso tra atmosfere lievi, quasi l’emblema di quella pace artificiale, di quello stato di sedazione che è continuo rifugio dell’uomo moderno (Azzurro). Con la successiva Epitaph la voce di Lake torna ad alimentare la disperazione di chi sente prossima la resa lanciando uno sguardo sull’ignoto del baratro. Epitaph è un brano a suo modo definitivo, chiude il lato a dell’album lasciando un messaggio di congedo (Rosso).
Il lato b di In The Court of the Crimson King abbandona il dolore terreno di Epitaph abbracciando una dimensione sonora di viaggio che è verticale, procedendo quindi per astrazione. Moonchild è un brano dove il desiderio di sperimentare si fa più marcato e realizza una complicatissima sintesi tra libertà espressiva e resa musicale (Blu). Il finale dell’album racchiude tutte le tinte musicali già esplorate nelle tracce precedenti, la title track realizza un’orgia di suoni che non può essere che di un colore (Nero) perché espressione di ogni colore musicale già udito e, al contempo, nessuno degli stessi.






































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