
MICHAEL MAYER
Mantasy
(Kompakt)
Rollover: Party Animal
Voto: 7
Da semplice commesso a proprietario di uno degli imperi musicali più potenti dell’ultimo decennio. Questa è la storia di Michael Mayer ragazzo cresciuto nella “Black Forest” e oggi diventato un punto di riferimento per tutti gli amanti della techno più raffinata ed elegante. Innovatore e genio musicale ha imposto il suo pensiero nel panorama elettronico dei primi “anni zero” dopo aver catturato l’attenzione di Wolfgang Voigt, allora proprietario del primo store di dischi Kompakt.
A quattordici anni di distanza dalla sua prima uscita su Kompakt, il nuovo album di Michael Mayer assume le fattezze di un lavoro ricco di contaminazioni che esprime in maniera decisa la voglia di recuperare quelle atmosfere tipiche delle prime sperimentazioni elettroniche in campo musicale. Mantasy si apre con Sully: splendido esempio di ambient-drone music che non lascia indifferenti e incuriosisce per il suo carattere meditativo e rilassante. Lamusetwa, con la sua esplosione di colori e il suo carattere enigmatico, riprende il carattere pop rivisitato in chiave elettronica che ha da sempre contraddistinto i lavori su Kompakt. In un climax ben costruito e mai scontato, Mayer abbandona pian piano il carattere riflessivo e si cimenta nel recupero di sonorità figlie dell’ Italo-Disco e del pop-elettronico più audace. Stiamo parlando della title track, in cui una linea di basso in puro stile Giorgio Moroder fa da tappeto a sonorità chiaramente ispirate alla discografia più rivoluzionaria targata Depeche Mode. Nel brano Baumhaus, l’ex commesso ci dimostra di saper comporre anche ballate romantiche in cui per quasi 4 minuti le linee di synth vengono meravigliosamente sostituite da suoni di arpa, archi e xilofono. Rudi Was A Punk segna la svolta in questo lavoro recuperando le ritmiche di un rockabilly vertiginoso mescolate a una struttura melodica enigmatica. Quest’ultima traccia diventa la chiave che apre le porte a un recupero delle sonorità più electro come in Voigt Kampff Test in cui una stesura di basso aggressivo ricorda i lavori decisamente più techno di “Supermayer”.

L’album si chiude con un meraviglioso esempio di “Classic House” in stile Chicago rivisitato come Good Times interpretato dalla voce calda e avvolgente di Jeppe Kjellberg (WhoMadeWho). Un album che nella sua “semplicità” ha tanto da raccontare sulla storia di questo rivoluzionario artista. In sintesi è un lavoro affascinante, che ridefinisce in maniera profonda ed elegante i caratteri della sperimentazione elettronica.






































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