
Album: UNKNOWN PLEASURES
Band: JOY DIVISION
Anno: 1979
Un cambio di velocità, un cambio di stile
Pare che all’interno dei campi di concentramento ci fosse una zona dove le deportate venivano messe a totale disposizione dei militari nazisti, strumenti involontari di piacere altrui. La macabra ironia, forse figlia della stessa mano che scriveva “il lavoro rende liberi” all’ingresso di Auschwitz, aveva rinominato questa zona la divisione della gioia, come se non bastasse l’orrore della violenza o si potesse in qualche modo ritenere reciproco il piacere di quelli incontri.
Joy Division è anche, o meglio fortunatamente, e soprattutto, il nome di una band inglese post punk (o new wave che dir si voglia) che nel nome si fa portatrice di un momento di orrore che funge da monito, a futura memoria, degli abissi umani della perversione istituzionalizzata. Unknown Pleasures è il primo dei soli due album della band e corrisponde esattamente alla fulminea carriera dei Joy Division capaci di infiammare la scena rock alternativa della fine degli anni 70 e, come una supernova, esplodere all’improvviso.

La voce inquieta di Ian Curtis, la chitarra acida di Sumner la precisione matematica della batteria di Mason sono l’asse portante di un gruppo che ha coniugato un’impalcatura musicale marcatamente dark a testi profondamente introspettivi e nostalgici. Una nuova generazione aveva “smesso di sorridere” e i Joy Division si fecero portatori di un disagio giovanile che rifiutava felicità precostruite ad uso e consumo delle mode e dei tempi.
Si comincia con Disorder in cui Curtis, modernizzando l’invocazione alle muse dei poemi classici, si fa condurre per mano da una guida per un viaggio al termine della notte. Tutti i toni di nero, tutte le ombre vengono rischiarate dalla liriche di Curtis quasi fosse una candela che discende nelle segrete della umana condizione. Personalmente tendo a parteggiare molto per la protagonista di She’s Lost Control che guadagna, e come potrebbe essere altrimenti, una nuova consapevolezza dopo ogni errore scoprendo la rivelazione ai margini dell’abisso.

I propositi cupi di Curtis (complice una malattia diventata intollerabile) sembrano tristemente annunciati nella nuova alba che svanisce dove la voce dei Joy Division sembra aprire con chirurgica precisione tra le pieghe delle propria esistenza. Del resto lo stesso autore è così tristemente credibile quando a soli 24 ripete in Insight di “ricordare quando era giovane”, segno evidente di un’insofferenza al passare del tempo ed ai colpi che tale incedere è stato capace di infliggergli. Shadowplay beneficia di un ritmo più accelerato e ne deriva un pezzo che pur rispecchiando nelle liriche lo stile Joy Division musicalmente crea un sound più consistente e vitale.
Il premio ad aver esposto in maniera così sincera le proprie fragilità sembra essere riscosso in I Remember Nothing. La conclusione a cui giunge Ian Curtis nella sua parabola di musicista è purtroppo la stessa a cui giunge l’uomo. Non ricordare nulla, guadagnare l’oblio giacchè ai poeti non è permessa la dimenticanza.

Un’ombra quella che insegue.






































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