Chi ha vissuto Stevie Wonder negli anni più fertili della sua carriera ne parla come di un supereroe. Una specie di entità dotata di un raro super-potere: la potenza esplosiva e insieme la dolcezza di una voce straordinaria, da sempre accompagnate da un sound eternamente moderno, anche quando estremamente contemporaneo (come Superstition negli anni ’70 o I Just called to say I love you negli anni ’80).
Chi l’ha scoperto quando era già un artista maturo avrà pensato con qualche sorta di rimpianto di aver vissuto troppo lontano nel tempo, dal periodo in cui avrebbe potuto scoprirlo come si fa con quello di cui si vuol godere pienamente, con la voracità della passione ma anche la cocente attesa di scoprire il momento successivo, il prossimo album, la prossima canzone.
Chi si è scontrato con lui da cantante o da musicista che si approcciava al mestiere, si è lasciato sopraffare dalla sua maestosità, tentando di impararne i segreti con la riverenza che si deve al più antico dei maestri, al custode della verità, al padrone della musica.
Chiunque l’abbia sfiorato è stato rapito da quel suo modo di essere unicamente fantastico e insieme straordinariamente uomo. E’ questa l’atmosfera che abbiamo avuto la fortuna di respirare domenica 20 luglio al suo concerto evento del Lucca Summer Festival. L’incontro con una leggenda.

Stevie Wonder si è presentato al pubblico piano piano, timidamente ma per un piano preciso: accordarsi tutti insieme, scaldando la voce, suonando le prime note, rendendo il pubblico la ciliegina del suo evento, omaggiandolo di un titolo sin troppo generoso: the Stevie’s voices.
L’inizio di un crescendo senza fine, come le lunghissime canzoni suonate fino all’ultimo loro respiro (ad es. Higher Ground) e all’ultimo anelito di energia del cantante; come i giochi con la platea e con il defilato parterre (che grazie all’artista riesce a dimenticare di essere confinato piuttosto selvaggiamente ai margini del cuore della scena) sfociati in Tequila, in Nel blu dipinto di blu, o in esercizi vocali imprevedibili e difficilmente ripetibili da noi poveri malcapitati mortali; come nell’esibizione in sequenza di hit indimenticabili suonate senza pausa quasi fosse un medley (Overjoyed, Ribbon in the sky) che hanno fatto decollare l’entusiasmo alle stelle, cancellando ogni timore residuo che Stevie fosse diventato troppo vecchio ( a dispetto della generosissima pancia).
Un concerto con due picchi molto emozionanti, un’invettiva contro la violenza perpetrata attraverso la sopraffazione recitata sulle note di Visions, e poi la celebrazione commovente di una coppia di sposi che hanno la fortuna di salire sul palco e ballare a pochi centrimetri da uno Stevie festoso, che poi li abbraccerà, sulle note di For once in my life. A lui rimarrà il ricordo del bouquet. A noi la sua voce spezzata dal pianto.

E poi un’overdose di ritmo, di amore puro, di divertimento in Don’t you worry ’bout a thing, Ebony and Ivory, Apartheid is Wrong, che rendono merito a una band sensazionale, in cui nessuno recita il ruolo del mozzo, in cui fiati e percussioni, bassi e chitarre si sfidano in una cavalleresca battaglia per il primato del gusto. Che alla fine vince Stevie perchè non si risparmia nemmeno un attimo, comandante supremo del concerto perfetto.
E il pubblico senza età lo ha ringraziato lasciandosi trascinare dalle onde festose di questo immenso essere umano che ha dato alla sensibilità della Black Music un contributo irripetibile, lasciandosi pervadere il cuore dal senso di stupore che ancora la musica, attraverso i più straordinari interpreti, sa regalare. Speriamo torni presto.
Ecco l’intera scaletta: abbiamo creato una playlist su spotify che rispetta l’ordine di esecuzione dei brani ma non l’energia dell’esibizione live.
Perdonateci.





































