
Album: NEVERMIND THE BOLLOCKS
Band: SEX PISTOLS
Anno: 1977
Il grande Bluff
E’ possibile condensare in un unico gesto un’intera esistenza? Secondo una chiave di lettura orientale l’identità “un colpo – una vita” è uno dei pilastri della filosofia zen, il senso stesso della irripetibilità della vita in ogni forma di manifestazione. E’ possibile legare una carriera artistica, un linguaggio estetico e la nascita di una filosofia ad una sola opera? Anche in questo caso la risposta può essere affermativa a patto di una totale identificazione con l’opera stessa e di una fedeltà assoluta all’idea.
“Nevermind the bollocks” è l’unico album dei Sex Pistols, la band a cui viene attribuita la nascita dell’idea stessa di punk. E’ un album scritto con il chiaro intento di sovvertire le convenzioni borghesi di fine anni 70, ridicolizzare i simboli del potere e dell’ordine costituito. E poi scandalizzare, scuotere. Ed ancora aggredire, urtare, sbraitare, etc. etc. In poche parole un album finto come un occhio di vetro.
Se accettiamo che dietro l’espressione boy band (ovviamente anche declinando il tutto al femminile) ci sia l’idea di un gruppo costruito a tavolino e portatore di idee frutto di riuscite analisi di mercato, possiamo affermare che i Sex Pistols sono stati i padrini dei vari Take That e compagnia cantante. La sensazione è che quello che è stato il manifesto, il fuoco originario del punk, sia il prodotto di una costruzione artificiosa e puramente estetica alimentata ad arte da quelli che poi sarebbero diventati i guru della moda Malcolm McLaren e sua moglie Vivienne Westwood. E’ come se questa finzione venisse percepita in maniera cosciente tra le parti e fungesse da collante: una sorta di segreto di Pulcinella per tutti, con un’unica tragica eccezione.

Nevermind the Bollocks è l’album che ha amplificato ed estremizzato l’idea di punk. E’ un album urlato, maleducato e dissacrante, perfettamente in linea con un movimento randagio in cui disillusione e nichilismo trovavano perfettamente una nuova identità collettiva. L’idea stessa del punk sembrava il frutto di un desiderio straripante di distruzione a cui non faceva eccezione l’idea di auto distruzione. Ai concerti si pogava e ci si sputava addosso in un’aria satura di sudore, i vestiti strappati, le spille da balia; il senso di compiacimento nel leggere la ripugnanza del mondo borghese rimanevano come tratti distintivi di una generazione che si preparava a distruggere tutto senza aver nessuna idea di cosa costruire dopo.
L’album mischia la musica martellante gonfia di rumore tipica del punk con la voce sgraziata, urlante e sfrontata di Rotten. Si passa dal nichilismo di Holidays in the Sun introdotto da una sorta di marcia verso la distruzione, all’accusa dell’intero mondo borghese di Liar. Tutto è falso per i Sex Pistols, compresi i massimi simboli del potere e dell’ordine, come affermano in God Save the Queen rileggendo il significato dell’inno nazionale e svelandone la miseria (“No Future” canta insistentemente Rotten nella fine del pezzo). L’unica soluzione percorribile per superare la menzogna quotidiana è Anarchy in the U.K. un pezzo in cui la “morale” dei Pistols si rende palese (“non so quello che voglio/ ma so che l’avrò/ voglio distruggere!!) in un’operazione di distruzione che non è espiazione ma voracità.
Tutto l’album vibra di energia sostenuto da una costruzione musicale monotona ma energica. Il furore del punk dei Pistols è stato di grande ispirazione per tutta una scena musicale ma la loro influenza è andata sicuramente oltre i reali meriti. Nevermind the Bollocks è un album che ha estremizzato una scena ma al contempo l’ha totalmente privata di grandi sviluppi. Altre band come i Clash ed i Ramones hanno interpretato il concetto di punk secondo un’idea di integrità culturale e sociale ampliando i confini musicali grazie ad una continua sperimentazione.
I Sex Pistols hanno infiammato l’Inghilterra della fine degli anni 70 apportando l’unico contributo musicale di Nevermind the Bollocks. A distanza di tempo tanta energia, tanta dissoluta ribellione suona calcolata e non perché irripetibile quanto piuttosto per un senso di auto–conservazione della band incompatibile con la filosofia creata dagli stessi Pistols. Con l’unica eccezione di Vicious. A lui non avevano dato il copione, a lui non serviva.

E se tu senti vaghe tracce di mulinelli di rime saltellanti






































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