
Album: BAND ON THE RUN
Band: Paul McCARTNEY AND THE WINGS
Anno: 1973
Prova a prenderlo
Il compito del genio è riuscire a trovare qualcosa di diverso, qualcosa da aggiungere quando sembra sia stato detto tutto. L’artista geniale è animato da una necessità espressiva che non conosce quiete e tende a piegare i precedenti metodi per crearne di nuovi. Solo quell’inquietudine che anima chi non è mai a suo agio permette di seguire nuovi percorsi, solo chi sa azzerare ogni precedente conquista riesce a raggiungerne di nuove.
Questo lo sa bene Paul McCartney che dopo aver rivestito un ruolo fondamentale nella vita culturale del 900 portando, grazie ai Beatles, la musica popolare verso forme espressive prima sconosciute, ha saputo abbandonare tutti i traguardi precedentemente raggiunti e ricominciare. Per dirla con Kipling, Paul il baronetto è sempre stato capace di fare fagotto di tutti i passati successi ed investirli totalmente su nuove avventure, e lo ha fatto perché non poteva fare diversamente: perché di musica non si smette di vivere, perché ha sempre avuto moltissimo da dire ma, soprattutto, perché lui è la sua musica stessa.

Un genio è sempre in fuga. In Band On The Run l’album del 1973 di McCartney and The Wings il messaggio è chiaro da subito sin dalla copertina. Un occhio di bue sorprende l’evasione della band di McCartney insieme ad altri amici ed il senso verrà svelato nei successivi pezzi. La title track, esprime perfettamente quel bisogno di fuggire rispetto ad un passato glorioso ma già superato. Band on The Run è un grandioso pezzo sovrascritto frutto dell’ipertrofica vena creativa di McCartney che concentra, alternando tre diverse partiture musicali, il senso della fuga dell’artista, la necessità di nuove sfide per rinascere ogni volta.
Ma la fuga di questo lavoro è una fuga fisica che porta la band a registrare il lavoro ad altre latitudini. Per abbandonare tutto ciò che è familiare e generare un suono nuovo ed originale i Wings registrano l’album sotto il sole della Nigeria. A testimoniare l’avventura intrapresa con il viaggio il suono asciutto ed essenziale di Jet, brano che conferisce all’album una dimensione accelerata di viaggio, un senso di transito che è metafora della creatività che anima il lavoro.

I suoni e gli ambienti di Lagos vengono riprodotti grazie ai ritmi primitivi ed i cori tribali di Mrs Vandelbilt altro brano di straordinaria ricchezza musicale che mischia atmosfere coloniali a vitalità selvaggia. Il disco continua celebrando l’urgenza espressiva di McCartney tra vagabondaggi sonori ed il ricorso all’ironia vista come consueta cifra stilistica dell’ex fab four.
L’album termina con 1985, un brano dal sound avvolgente, libera e riuscita attualizzazione di un concetto nero di muro sonoro. Come recita il titolo il brano di chiusura dell’album rappresenta già il futuro da un punto di vista musicale. Il disco termina lasciando quel senso di provvisorietà e di aspettativa che è prerogativa delle opere dei grandi, sempre capaci di abbandonare i precedenti traguardi alla ricerca di nuove frontiere, sempre capaci di rinnovarsi fino alla prossima trasformazione.
My Back Pages è la rubrica del giovedì che tratta dei grandi album del passato attraverso la penna di Mr. Tamburino, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che si diverte a parafrasare le pietre miliari del rock ‘n roll.






































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