<MY BACK PAGES – SELLING ENGLAND BY THE POUND

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Salve Rollovers!!! E’ con immenso piacere che vi annunciamo la nascita di una nuova rubrica dal sapore retrò qui su ROLLOVERBEETHOVEN.

MY BACK PAGES si occuperà dei grandi album del passato: pietre miliari erette sulla strada del rock ‘n roll per tutti noi, veri e propri oggetti di culto per i fanatici del vinile, i cosiddetti Long Playing degli anni più floridi del musica contemporanea meritavano un posto su questo dannato blog. My Back Pages vi parlerà di questi capolavori incisi su gommalacca attraverso la penna di Mr. Tamburino, nuovo acquisto in casa RollOver, scrittore di stazza pesante ma dal cuore di panna che imparerete a conoscere grazie alle sue recensioni dal gusto nostalgico per la musica ahilui andata.

 

 

 

Album : SELLING ENGLAND BY THE POUND

Band: GENESIS

Anno: 1973

 

 

 

 

 

OK, IL PREZZO è GIUSTO!

 

 “Venghino, si’nori venghino”. Si fiuta l’affare e l’occasione è realmente imperdibile. Si vende l’Inghilterra per una sterlina annessi e connessi, chiamare ore pasti, astenersi perditempo. Ah, per le informazioni chiedere ai Genesis

E’ ovvio che l’occasione è ghiotta e mi avvicino anche se le fregature sono subito in agguato. La prima è sul prezzo che non è più una sterlina, ma tanto al chilo per la perfida Albione. Va beh, personalmente il peso non è mai stato un problema e decido di andare oltre. Ma se decidessi di comprare, e già sono più incerto rispetto a prima, ditemi cosa acquisterei? A spiegarmelo ci pensano i Genesis che, soprattutto in quella formazione lì, non badano a spese in quanto a comunicazione. Il buon Gabriel fa subito sfoggio di franchezza aprendo le contrattazioni con una domanda “can you tell me where my country lies?” che può sembrare retorica ma è solo buona fede e l’anticipazione che, di lì in avanti, non si sarebbe più scherzato.

Tutto l’album è un elogio della dismisura, di quando si pensava, contrariamente al minimalismo successivo di “less is more”, che molto non era ancora abbastanza. I vizi (molti) e le virtù (poche) dell’Inghilterra dei primi anni 70 sono tutti sul tavolo in bella mostra. Come si dice, a buon intenditor…

L’album al primo ascolto mi fa lo stesso effetto di un gigante ballerino, un ossimoro sugli equilibri. E’solo l’inizio però e la colpa è anche mia che lo scopro a 33 anni, tanto per rimanere in argomenti biblici. Perché l’equilibrio è possibile nel prog rock a patto di aumentare smisuratamente il campo d’azione, che in questo caso infatti è gigantesco. Armonie, cambiamenti, intermezzi dove non fai in tempo ad affezionarti ad una melodia e subito si cambia registro e questo non avviene nell’album, ma nei singoli pezzi.

Il senso di Peter Gabriel e soci per la neve non lo conosco in compenso mi pare abbastanza chiaro quello che è il gusto di questi Genesis per la musica. Ci sono suoni che voi umani non potete nemmeno immaginare e sono tutti in the cinema show ad esempio. Generosi però loro lo sono sempre stati e l’eco dei carrilon di “musical box” del precedente album rimane come traccia nascosta sfumato in questo nuovo giocattolo confezionato. Il caleidoscopio, la lanterna magica dei suoni, un vetro rotto e il riflesso della luce.

Le atmosfere medievali, le melodie matematiche di “firth of fifth” il senso epico di “the battle of epping forest” sono la prova di un disco che non ha più bisogno di spazio, che galleggia fra immagini sovrapposte, e che gioca con il tempo, esteso ad uso e consumo della musica. Si fa in tempo anche ad assistere ad un Phil Collins cantante (“more fool me”) anche se non si poteva immaginare che quello sarebbe stato il futuro. Certo che loro che vengono direttamente dalla creazione del tempo e delle convenzioni non sanno proprio cosa farne.

Ma anche il Dio della Genesi(s) il settimo giorno si è riposato e loro sanno che è andato ad un “cinema show”. Il penultimo pezzo è il colpo di teatro del genio Gabriel narratore occasionale delle vicende di moderni Romeo e Giulietta con Tiresia come consigliere. L’orrore, credetemi, è solo letterario e per puristi perché la storia per quanto incredibile fila eccome. Ancora una volta a vincere è l’assenza di misura in un brano lunghissimo eppure sorprendente per bilanciamento.

Finito lo spettacolo fuori dal cinema giusto il tempo per gustarsi una sigaretta con le ultime offerte di “aisle of plenty” e mi ricordo dell’offerta iniziale e devo ancora decidere se comprarla o no quest’Inghilterra. Certo se l’affare è in piedi dal 1973 chi sono io per mettere il cartello venduto su un po’ di terra al di là della manica? Ok Peter sarà per un’altra volta ed infatti Gabriel concederà solo un ultimo ballo (The lamb lies down on Broadway) a quella formazione meravigliosa capace di perdersi alla ricerca del suono perfetto per poi smettere di punto in bianco di cercarlo.

Ora, lasciatemelo dimenticare prima di domani.

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